BORNEO : gli orangutan di Sandakan 

Giungla impenetrabile; vette di oltre 4.000 metri; animali di ogni genere e atolli dal mare cristallino rendono il Borneo una delle Regioni più affascinanti di tutto il Sud Est Asiatico.

Diviso tra Malesia, Indonesia e Brunei, il Borneo, terza isola più grande al mondo, agli occhi di noi occidentali viene spesso considerato una meta tanto selvaggia quanto inaccessibile. 

Il Sarawak, nel Borneo malese, ospita una delle pochissime riserve al mondo dove è possibile vedere gli Orangutan in stato di libertà: il Semenggoh Wildlife Centre. Qui, da oltre 20 anni i ranger locali lavorano per reinserire nel loro habitat naturale gli Orangutan rimasti orfani o salvati dalla cattività.

Il Borneo presenta una grande biodiversità se paragonato a molte altre aree. Si trovano circa 15.000 specie di piante da fiore, con 3.000 specie di alberi, oltre a 221 specie di mammiferi terrestri e 420 di uccelli.

La foresta pluviale del Borneo è l'unico habitat esistente per l'orangutan, oltre ad essere un importante rifugio per molte specie endemiche, come l'elefante del Borneo, il rinoceronte di Sumatra, l'orso malese, il babirussa e il leopardo nebuloso del Borneo.

Gli ominidi (Hominidae Gray, 1825), noti anche come grandi scimmie, sono una famiglia di primati risalente al Miocene inferiore. Di questa famiglia fanno parte gli oranghi, i gorilla, gli scimpanzé, gli esseri umani e alcuni gruppi fossili, tra i quali gli australopitechi. Fino ai primi anni sessanta venivano classificati come ominidi solo l'uomo e generi estinti ritenuti appartenenti alla linea evolutiva umana. Il termine viene ancora usato talvolta nel linguaggio comune con tale significato.

Le foreste pluviali del Borneo malese costituiscono l’habitat di specie affascinanti come l’orango del Borneo, l’elefante pigmeo, il leopardo nebuloso, la scimmia nasica e il rinoceronte di Sumatra, tutte sull’orlo dell’estinzione. Gli ecosistemi forestali, inoltre, immagazzinano grosse quantità di anidride carbonica che viene di nuovo rilasciata in caso di degrado e abbattimento delle foreste stesse, di dissodamento tramite incendi o di drenaggio delle torbiere per la loro conversione in piantagioni.

L'orango è un animale tranquillo e pacifico: non fugge alla vista dell'uomo, ma lo fissa incuriosito con calma. Se suppone pericolo, cerca scampo sulla alta cima degli alberi e si nasconde fra il fogliame; se poi non si sente abbastanza sicuro, salta da una cima all'altra, ma sempre con cautela.

Conosce l'impeto e la leggerezza di altre specie di scimmie. E’ sempre così lento nei movimenti che lo si può inseguire comodamente; che però si difenda con bastoni maneggiandoli a foggia di clava è una leggenda raccontata dagli indigeni, ma non è stata mai creduta da alcuno. Senza dubbio se viene ferito e si vede il cacciatore alle calcagna sa difendere valorosamente la propria pelle, e non è avversario spregevole, avendo fortissime le braccia e formidabili mandibole. Con facilità spezza un rampone od il braccio di chi con esso lo minaccia: i suoi morsi sono veramente terribili. 

La Terra è un pianeta dall’incredibile biodiversità: in ogni luogo del globo, infatti, è possibile scovare una moltitudine di specie vegetali e animali tra le più disparate. Eppure, a causa delle attività dell’uomo quali l’urbanizzazione massiccia, il disboscamento e l’inquinamento, molti paradisi di flora e fauna sono oggi altamente minacciati. Ormai da tempo si parla di “polmoni verdi” per indicare quelle aree che, data la loro ricchezza vegetale, contribuiscono in modo preponderante alla salute della Terra. Luoghi estesi e incontaminati, veri e propri serbatoi d’ossigeno che, da millenni, garantiscono la sopravvivenza di ogni essere vivente. Ma quali sono i principali polmoni verdi della Terra e perché sono sempre di più a rischio?

Sono molte le grandi foreste e i paradisi di vegetazione, disponibili sul nostro Pianeta. Queste aree assolvono alle più svariate funzioni: oltre alla produzione di ossigeno e contestualmente all’assorbimento e alla riduzione dell’immissione di anidride carbonica in atmosfera, risultano fondamentali per la regolazione del clima, per il mantenimento del terreno con una continua azione antierosione, come fonte di nutrimento e riparo per molte specie animali.

Delle foreste immense che ricoprivano il Borneo sono rimasti piccoli fazzoletti di terra. Vengono, infatti, incendiate per guadagnare terra per la coltivazione principalmente dell'olio di palma. Gli animali spesso si rivoltano contro l'uomo e vengono uccisi a colpi di machete. Altre volte vengono percossi o feriti gravemente e lasciati morire. 

Il Centro che ho avuto la fortuna di visitare si occupa di salvarli, curarli e poi reinserirli in natura cercando di interferire il meno possibile. Le strutture che normalmente li ospitano sono grandissime perché questi animali hanno bisogno di molto spazio. Sono state create delle isole in cui gli oranghi vengono tenuti e curati e dove l'uomo si occupa di nutrirli senza entrare in contatto con loro proprio per rispettare la loro natura schiva e per facilitare il loro reinserimento in natura. Ricordiamo che gli animali non sono fatti per l'uso e consumo dell'uomo. Le foreste, purtroppo, sono tutte in pericolo. Non solo in Asia ma in tutto il mondo ci sono multinazionali che depredano ambienti e mettono in pericolo interi ecosistemi irriproducibili, per creare coltivazioni o allevamenti intensivi di animali da carne. È tutto un sistema sbagliato che fa arrivare soldi solo nelle tasche di persone ricche e senza scrupoli. Le popolazioni che usufruiscono di questo sistema sono le popolazioni occidentali che quindi sono direttamente responsabili.

In cosa consistono le isole dove vengono curati gli oranghi e da chi vengono messe a disposizione? Le isole si trovano all'interno del Centro di recupero e sono divise dall'acqua, di cui gli oranghi hanno paura, come dei piccoli fiumi che le separano. Quindi gli animali non possono scappare ma hanno moltissimo spazio a disposizione. Man mano che si abituano vengono messi in isole più grandi senza rifornirli più di cibo in modo da riabituarli gradualmente all'autonomia. Quando sono pronti vengono catturati e riportati nel cuore della foresta. I volontari si caricano di gabbie pesantissime, perché l'orango è un animale molto grande, e camminano per giorni per raggiungere i luoghi più adatti per liberarli. Gli animali vengono seguiti attraverso un microchip. Mentre ero lì abbiamo visto che una femmina aveva avuto i cuccioli. Questo ci fa ben sperare!

di Emanuela Scarponi 

"Dialoghi mediterranei: cenni di dialogo attraverso la storia antica" di Emanuela Scarponi 

Il 30 novembre ore 16-19 a Roma in via sant'Agata de' Goti 4 si terrà il convegno- dibattito sul tema "Italia ed Europa", tra sovranità ed identità, organizzato da Giovanna Canzano. 

"Dialoghi mediterranei: cenni di dialogo attraverso la storia antica" di Emanuela Scarponi 

Moltissimi sono gli argomenti che costituiscono oggetto di studio della storia antica, medievale, moderna e contemporanea del Mediterraneo. 

Tra quelli di maggiore interesse oggi notoriamente trattati sono Le mille vie della seta, Il Mediterraneo neoprotagonista nel continente euroasiaticoafricano, la belt and road Initiative, la tratta di esseri umani attraverso le rotte del Mediterraneo. 

Il mio interesse primario resta l'Africa e di conseguenza il rapporto che oggi esiste tra l'Italia, il mio Paese e questo continente attraverso il Mare nostrum, da sempre ponte indissolubile tra i popoli che abitano le sponde opposte dello stesso mare, da una parte e dall'altra, senza distinzione di razza. 

A dimostrazione di ciò, ho inteso ripercorrere brevemente la storia antica di Roma, la mia città natia, ed il suo rapporto con l'Africa. Vale a questo punto fare un breve excursus sugli antichi rapporti storici che legano la nostra storia a quella del Nord Africa al tempo dei Romani e con i Paesi del Sud Sahara nel Medio Evo. 

Cartagine e la cultura afroromana 

Risale all'814 a. C., la fondazione di Cartagine, con cui la fase dell'esplorazione del Maghreb orientale ebbe termine e ne venne avviata la colonizzazione.

La nascita della città punica, chiamata Qart Hadasht (ossia «città nuova») da cui poi il nome Cartagine, è tramandata anche da una leggenda, secondo la quale la principessa Didone, a causa delle discordie politiche maturate a Tiro in Fenicia, si allontanò dalla patria con parte della popolazione e, approdata al lago di Tunisi allora navigabile, vi fondò una nuova città.

Quando, infine, riuscì a impadronirsi di Messina (270), si trovò a contatto diretto con Roma: l'incontro con la città laziale, già allora in piena espansione, si tradusse presto in un lungo conflitto armato che, nonostante le eroiche gesta prima di Amilcare e poi di Annibale, la vide alla fine soccombere per opera di Scipione l'Africano nel 146 a.C. 

Per la moderna Tunisia l'età cartaginese non fu solo l'affermarsi di una civiltà di mercanti sensibili al gusto ellenico, ma anche l'avvento di un'epoca cruciale grazie alla quale la regione dei Berberi fu definitivamente integrata nel mondo mediterraneo. 

Il predominio di Roma su quella che fu denominata «Africa proconsolare» si risolse, almeno agli inizi, in uno sforzo di contenimento militare delle pressioni provenienti dalla Numidia: la costruzione di una fossa regia tra le attuali Tabarka e Sfax ebbe lo scopo di proteggere la Sicilia. 

Lo sviluppo economico dell'Africa romana divenne florido specialmente sotto gli imperatori Flavi e Severi, quando alcune regioni si caratterizzarono per la produzione di grano (attorno a Dougga e Ammaedara) e di olio (nei pressi di Hadrumetum), favorendo la nascita dì numerose città, porti e mercati. 

La stessa Cartagine ne subì un influsso benefico: già favorita nella rinascita da Caio Gracco, Cesare e Augusto, nel corso del III sec. d. C. divenne un porto tanto importante da trasformare la città nel secondo centro urbano dell'Impero.

Si sviluppò allora una corrente artistica «afro-romana» che si affermò in particolare nelle composizioni decorative e nei mosaici che possiamo rinvenire ancora oggi nella maggior parte dei siti archeologici dei Paesi del Nord Africa. 

IL MEDIO EVO EUROPEO ED IL GHANA 

Il Medioevo non fu affatto un periodo buio, ma al contrario fu un'epoca in cui i commerci, soprattutto marittimi, ebbero uno sviluppo eccezionale e non fu certo l'Islam a bloccare la continuità commerciale del Mediterraneo.

Possiamo infatti considerare in parte errata la teoria di Henri Pirenne riguardo la stagnazione dei commerci tra le sponde del Mare Nostrum dopo l'affermazione dell'Islam nel suo massimo splendore.

Importantissimi furono i contatti che ebbero le principali città marinare (Genova, Pisa, Venezia, Barcellona) con la costa dell'Africa settentrionale e con il Medio Oriente.

I principali porti islamici (importanti per la loro posizione strategica per le rotte commerciali e per ricchezza di prodotti) erano Ceuta, Tunisi, Algeri,Bugìa e Alessandria. E dal Sudan Occidentale proveniva la maggior parte dell'oro che il vecchio continente importava grazie al controllo dei porti sulla costa magrebina.

Le testimonianze riguardo a questo Impero Africano le abbiamo da un grande geografo musulmano del XI secolo El-Bekrì; ed è grazie a lui che si è potuti risalire alla derivazione del nome del regno: Ghana, o Kana nella lingua Malinke significa Capo.

Il Geografo musulmano ci dice che la Capitale del regno, che prende il nome dello stato stesso, era abitata da musulmani convertiti abbastanza recentemente.

La forza dell'Impero africano si basava quasi esclusivamente sull'estrazione di oro che veniva ridotto in polvere e trasportato attraverso tutto il deserto del Sahara fino ai porti della Costa settentrionale Africana per essere caricato in navi mercantili dirette verso i porti europei. Ma vendevano anche il sale, la frutta secca (aveva un valore altissimo nel Medioevo e addirittura veniva usata per scambiarla con l'oro), il corallo e le tinte per tingere i vestiti.

Numerosissimi erano i mercanti che raggiungevano il Sudan Occidentale per trattare direttamente accordi per scambi commerciali e accaparrarsi i migliori prodotti da poter rivendere poi nei mercati europei.

El-Bekrì ci dice anche che l'oro estratto dalle miniere dell'Impero del Ghana era il più puro che lui avesse mai visto.

La maggior parte via carovaniera, detta anche via dell'oro, aveva come inizio appunto il Ghana e arrivava fino alla città di Sijilmassa (e poi a Fez e poi Tangeri o Ceuta) dove fu stabilita una zecca fatimide, coniando monete d'oro contro il potere abbaside; la qualità della moneta era talmente alta e di ottima fattura che venne richiesta fino in Oriente; il successo dei dinar fatimidei di Sijilmassa persero la loro importanza quando la dinastia in Spagna degli Omeiade produssero una nuova moneta che soppiantò quella dei fatimidi.

El-Bekrì ci parla anche della società Ghanese, e ci dice che la potenza economica dell'Impero veniva manifestata con splendidi edifici(in primis il palazzo reale costruito sul Niger, che sottolineavano la grandezza del sovrano e di tutto il regno.

Un altro geografo musulmano sempre dell'XI secolo fu al Idrìsì, che chiamò il territorio del Ghana il "paese dell'oro".

Le descrizioni sul" paese dei Neri" e sull'Impero e sulla sua collocazione geografica (Sudan Occidentale), vennero a conoscenza del Mondo Cristiano grazie all'opera Kitab(di Al Idrisì, in cui si scopre che la popolazione del Ghana era dedita anche all'agricoltura e alla razzia.

Dopo il 1077-1078, anni in cui la Capitale dell'Impero subì un saccheggio distruttivo da parte dei almoravidi che portano ad un declino del Regno inarrestabile, fino al punto che il regno del Mali lo soppiantò completamente.

*** 

Bisogna aspettare il XII secolo per veder riprendere l'economia di tutta l'Europa, perchè ritorna presente l'oro, e di conseguenza si sviluppano i commerci a lungo raggio che erano scomparsi dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente.

Ho voluto evidenziare questi due particolari fasi della storia antica che ci legano all'Africa per dimostrare come in realtà il legame del Mediterraneo è molto antico, molto di più del pensare comune che riduce tutto in termini di immigrazione clandestina e colonialismo, la cui analisi attenta e meticolosa lascio agli studiosi del settore . 

La OUA 

Per guardare alla situazione attuale, vorrei ricordare la OUA, l'Organizzazione dell'Unione africana, le sue funzioni e la sua evoluzione, nel processo di autodeterminazione dei popoli dei Paesi del Nord Africa in evoluzione, che stanno realizzando il passaggio da regime totalitario a democratico. Auspico che questa Organizzazione oggi più che mai sia potenziata di contenuti e di autorità per accompagnare il processo di modernizzazione, in base ad autogoverno, democrazia, frutto del processo di globalizzazione dovuto ai nuovi mezzi di comunicazione di massa quali Internet ed all'avvicinamento sempre più massiccio degli Africani all'Europa. 

Auspico che l'Italia possa, posizionata come è al centro del Mediterraneo, condurre pertanto una funzione guida, tesa a promuovere la cooperazione e lo sviluppo di questi Paesi vicinissimi, capovolgendo il fenomeno di immigrazione clandestina e trasformandolo in un vantaggio per l'Italia, interrompendo questo processo - che sembra irreversibile - di migliaia e migliaia di disperati che rischiano la vita nell'attraversamento del mare con imbarcazioni disagiate, promuovendo in questi Paesi progetti di sviluppo del territorio che possano finalmente rendere vivibili le zone più aride, con l'apporto dei nostri tecnici e scienziati di ogni settore, su cui certamente Africanpeople può contare. 

INTERVISTA A ROBERTO ZANDA

SCARPONI. Sono fondatrice di una rivista, che si chiama Africanpeoplenews ed ho scritto un libro sulla Namibia, da qui il mio interesse per il tuo progetto di attraversare il deserto del Namib.

Vorrei chiederti innanzitutto che cos'è per te lo sport.

ZANDA. Lo sport è vita, lo sport è salute, lo sport è aggregazione, lo sport è tante cose. Senza lo sport penso che uno non riesca ad assaporare bene il concetto di vita, perché lo sport per me è stato anche un riscatto verso la vita perché provengo da un quartiere povero di Cagliari, sono il settimo di nove figli e dunque la mia infanzia non l'ho vissuta con i miei genitori ma l'ho vissuta all'interno di un collegio. Dunque per me è stato anche un riscatto appunto orientato verso quella che è stata la mancanza di una famiglia e tanto altro. Sarebbe lungo da spiegare, però lo sport per me è stato veramente aggregazione, vuol dire compagni, perché provengo anche dal Triathlon, sono anche presidente di una società di Triathlon a Survival e dunque vuol dire compagni, vuol dire amicizie e tante altre cose; mentre quand'ero piccolo un po' ho sofferto questo tipo di compagnia.

SCARPONI. Qual è l'esperienza più bella che hai provato nella tua vita facendo il corridore.

ZANDA. Se parli delle maratone di esperienze bellissime ne ho fatte tantissime, ma quella che ricordo meglio e che mi è dentro il cuore è il deserto del Niger, quando allora si poteva andare, mentre adesso è un po' pericoloso. Ricordo benissimo queste carovane di Tuareg, carovane composte da 50-60 cammelli che attraversavano il deserto per 600 km, per andare a prendere il sale e poi rivenderlo al mercato. Questa era una gara, un'ultramaratona, non-stop di 600 km che ho fatto nel 2006.

Poi ricordo benissimo anche la notte quando con i tuareg facemmo il campo e io stavo qua di stanza perché era sempre meglio non stare troppo vicino non conoscendo i personaggi, però è stata un'esperienza bellissima e affascinante, a parte il deserto, ma soprattutto vedere i famosi tuareg. 

SCARPONI. Hai attraversato altri deserti?

ZANDA. Sì, ho attraversato molti deserti. Ho attraversato il Marocco, l'Oman, l'Australia, l'Arizona, diciamo che ho toccato tutti e cinque i continenti. Ho attraversato il deserto dell'Iran, insomma quasi tutti i deserti li ho attraversati.

SCARPONI. Adesso quindi ti avvicinerai al deserto più antico del mondo.

ZANDA. Sì, mi avvicinerò al deserto della Namibia con una condizione fisica, che ormai come sai benissimo avendo io due protesi al posto delle gambe e senza mani. Dunque sarà una grandissima esperienza per me, ma soprattutto anche per tutte le persone che hanno dei problemi come ce li ho io, ma che poi sono problemi che io non considero un problema. Mi considero una persona abbastanza normale, però è forse la prima volta che una persona diversamente abile potrà fare una gare in autosufficienza alimentare di 250 km nel deserto forse più affascinante del mondo, che è quello della Namibia. È sempre stato il mio sogno. Adesso mi si potrebbe dire che sono un pazzo, perché in queste condizioni fisiche sarebbe difficile farlo, ma ho fiducia nei miei mezzi, ho fiducia nella mia testa, ho fiducia nella tecnologia e penso senz'altro di riuscire a percorrere questo bellissimo deserto, anche con il supporto dell'organizzazione che mette a disposizione lo staff.

SCARPONI. E quale sarebbe questa organizzazione? 

ZANDA. Racing the Planet. La trovate anche su internet.

SCARPONI. Da parte nostra intanto ti chiediamo di fare una foto con la nostra maglietta di Africanpeoplenews e poi - speriamo - nei primi giorni di settembre organizzeremo la presentazione proprio del mio libro della Namibia e verrà anche il Console onorario di Namibia a presentare il suo libro sull'Africa australe, essendo il nipote di Amundsen l'esploratore e quindi vorremmo invitare anche te.

Mi è stato detto che hai scritto un libro sulla tua vita.

ZANDA. Sì, il libro è in fase di realizzazione e dobbiamo vedere poi i tempi dell'uscita del libro. Sarà un po' una sorpresa. Diciamo che è la storia della mia vita, almeno dall'infanzia, con la fase finale della tragedia che mi è successa, tragedia tra virgolette perché poi sono vivo e dunque sono contentissimo, sono soddisfatto di aver portato a casa la pelle come si dice, perché anche vivere in queste condizioni è bellissimo.

SCARPONI. Che cosa hai trovato in quella giornata in cui ti sei perso nei ghiacci a 50° sotto zero?

ZANDA. Quello che ho trovato sono delle emozioni fortissime e difficili da spiegare ad una persona. Diciamo che è stata un'esperienza, non dico neanche traumatica, lì ho toccato con mano la morte perché l'ho vissuta e mi è stata compagna per tutta la notte e per tutta la giornata successiva sino alle 15 perché nelle condizioni in cui ero, scarse e senza guanti, sapevo benissimo che se avessi avuto fortuna avrei perso gambe e piedi, altrimenti avrei perso proprio la vita come dicono i medici che dicevano che nove su dieci sarebbero morti al mio posto. Forse tutto quello che mi sono portato sin dall'infanzia, la mia preparazione mentale e fisica mi ha portato ad uscire fuori da questo dramma.

SCARPONI. Che cosa pensi di trovare nel deserto del Namib oltre ad incontrare i bushman invece.

ZANDA. Intanto voglio trovare molta serenità, quella che mi dà il deserto e molta pace. È sempre una scoperta all'interno di me stesso. Poi io amo i silenzi e dunque per me sarà un'esperienza che mi riporterà ai sogni che ho sempre desiderato, perché lì sognerò tantissimo, avrò tanto tempo per sognare e soprattutto per ritornare un po' indietro e ripercorrere la mia vita sin dall'infanzia. Sarà un bel viaggiare!

SCARPONI. Quale percorso farai?

ZANDA. Quello ancora devo deciderlo insieme all'organizzazione. Ancora non ho visionato bene le carte. Ho fatto solo la preiscrizione e dunque adesso comincerò ad informarmi bene su quelli che sono i percorsi e poi al limite ti farò sapere benequal è il percorso.

SCARPONI. Io sono stata fino alla prima oasi del deserto del Namib ed è stato meraviglioso perché c'era un silenzio incredibile e camminare all'alba tra la sabbia è bellissimo, si sente il proprio respiro all'interno di un mondo sconosciuto e silenzioso.

ZANDA. È quello che cercherò di riprovare, perché l'ho provato in quasi tutti i deserti.

SCARPONI. Il deserto del Namib è l'unico al mondo le cui dune arrivano sino al mare.

ZANDA. Sì, è vero! Sono sempre stato affascinato da quel deserto e purtroppo per questioni di sponsorizzazione non l'ho potuto fare e per questa volta, anche in termini di sponsor che mi ci porteranno per questa gara, sarà veramente emozionante.

Cercherò di tenermi sempre in contatto con te anche per avere qualche info su quello che è il deserto.

SCARPONI. Molto volentieri. Se potremo cercheremo pure di essere presenti in qualche modo, perché abbiamo parecchi corrispondenti anche in Namibia. Se posso vengo anch'io perché il deserto del Namib è meraviglioso.

C'è la popolazione più antica del mondo probabilmente, non si può dire con certezza, e sono i boshimani. Li incontrerai probabilmente e mi piacerebbe sapere quali emozioni proverai, perché io sono rimasta scioccata e per poco svenivo dall'emozione forte quando li ho incontrati.

ZANDA. Ti invidio perché tu l'hai già provata e mi auguro di provarla anch'io.

SCARPONI. Ho faticato già ad arrivare sulle prime dune.

ZANDA. Pensa un po' che io ci dovrò arrivare con due protesi al posto delle gambe, con delle ghette che mi proteggeranno le protesi che sono di alta tecnologia per la sabbia, però intanto mi allenerò qui in Sardegna sulle dune più alte d'Europa nella zona di Piscinas. Dunque mi allenerò lì dove veramente tasterò le mie nuove protesi, che lo sponsor mi darà.

SCARPONI. Queste protesi quindi funzionano molto bene sulla sabbia che è morbida?

ZANDA. Sì, funzionano bene! Io, con queste protesi, che ho da circa due mesi e mezzo (forse sono io che sono un miracolo, sono testardo e avevo voglia di rimettermi in gioco) mi trovo benissimo, cammino benissimo e non appena i monconi saranno definitivi cambierò l'invaso e potrò anche correre. Invece con queste no perché hanno una specie di calzettone e silicone che mi tiene la protesi al quadricipite.

SCARPONI. Quando pensi di poter fare quest'esperienza nuova nel deserto del Namib?

ZANDA. In aprile prossimo e dunque non ho molto tempo per prepararmi. Adesso sto cominciando a camminare, perché è importante che riprenda il funzionamento delle articolazioni e soprattutto del quadricipite, glutei e altri muscoli che mi servono per la corsa. Mi sto allenando qui alla spiaggia del poeta; sto facendo anche un po' di sabbia; sto percorrendo circa 10 km al giorno. Quando avrò un'autonomia di circa 40 km giornalieri vorrà dire che sarò pronto per la Namibia.

SCARPONI. Sai che il deserto del Namib cambia continuamente aspetto perché il vento trasporta i granelli di sabbia?

ZANDA. Non lo sapevo questo, ma mi affascina quello che mi stai dicendo.

SCARPONI. Cambia anche colore di momento in momento.

Ho montato un documentario che ti manderò non appena sarà pronto. Ho fatto un documentario sia del deserto del Namib per quanto è stato bello e si sente persino il vento del deserto. Poi uno in particolare sui boshimani e le popolazioni locali che sono meravigliose. Le Himba sono bellissime!

Speriamo di averti a settembre all'Isola Tiberina per presentare il tuo libro.

ZANDA. Speriamo bene che riusciamo a fare questa bellissima sorpresa in questo libro della mia storia. Ci stiamo lavorando intensamente e speriamo di rispettare i tempi.

SCARPONI. L'hai terminato.

ZANDA. Diciamo che manca ancora, perché - ripeto - la mia vita è una vita molto intensa, non è un libricino da quattro pagine, perché ho tante di quelle esperienze di vita che veramente il giornalista che mi sta seguendo è affascinato da tutto quello che gli sto dicendo, dalla mia storia.

SCARPONI. Sei un eroe oltretutto, oltre che un grande sportivo.

ZANDA. Eroe no! Sono una persona normale che una notte ha dovuto combattere contro la morte per sopravvivere e penso che altre persone l'avrebbero fatto. Tra l'altro sono sardo e i sardi sono molto cocciuti. Rappresento un popolo, la mia Nazione e dunque quella notte ho pensato tanto anche agli amici che erano qui in Sardegna che mi seguivano in continuazione. C'è stato un momento dove mi stavo lasciando andare e poi c'è stato uno scatto, non so cosa mi sia scattato in testa, ma anche scalzo mi sono alzato e ho cominciato a girare tutta la notte per restare possibilmente vivo. Non ci speravo perché neanche ci pensavo; pensavo solo a muovermi perché ero un po' fuori di testa, però l'indomani ho realizzato che forse sarebbe stato bello vivere, che poi è quello che è successo, e nonostante mi manchino i piedi e le mani sono contentissimo di essere vivo e felicissimo. Mi godo la vita giorno per giorno ed è un insegnamento che voglio dare a tutti e che sto dando qui in Sardegna con tutte le persone che giornalmente mi fermano e vedendo me si rincuorano. Magari qualcuno ha dei problemi e qualcuno è riuscito anche a risolverli seguendo la mia storia.

SCARPONI. Penso che la tua sia un esempio di un italiano che non si ferma mai e che dev'essere conosciuto nel mondo.

ZANDA. Non lo so, però vedo che tante persone veramente mi hanno mandato migliaia di messaggi. Alcune persone mi hanno raccontato di aver risolto i loro problemi seguendo la mia storia e prendendo ad esempio quello che ho fatto io per sopravvivere. Dunque questo mi riempie di gioia e quando sento queste persone dico tra me che ne è valsa la pensa combattere la notte ed essere vivo in questo momento.

SCARPONI. Sei stato, oltre che coraggioso, veramente anche forte di carattere e non ti sei lasciato andare mai, neanche nei momenti più difficili e per questo sei un eroe.

ZANDA. Ho sempre combattuto.

SCARPONI. Poi conoscerai Petter Johannesen, che è il Console onorario di Namibia e che è il nipote di Amundsen un esploratore. Purtroppo la sua vita è finita sull'Artico.

ZANDA. Sì, conosco la storia! Sarà veramente una bella esperienza.

SCARPONI. Ti ritroverai tra persone che amano oltrepassare i limiti.

ZANDA. Ci sono anche persone che tutto sommato stanno lì a criticare l'operato di noi atleti, perché alcuni dicono ma chi te l'ha fatto fare, forse era meglio che ti fermassi e roba del genere. Ci sono tanti alpinisti che sono morti cercando di arrivare in cima. Tanti atleti, paracadutisti, che conosco e che sono morti portando avanti la loro idea dello sport, il loro piacere di fare sport a modo loro e questo è anche il mio approccio verso le maratone e verso il Canada, che sono esperienze di freddo. È un approccio che ho sempre desiderato avere. È andata come è andata, però in tutto questo il freddo mi ha sconfitto e anzi ti dirò che in parte ho vinto anche il freddo restando vivo.

SCARPONI. Riceverai il mio libro che domani ti spedisco insieme alla maglietta, perché l'indirizzo tuo me l'ha dato Giovanna prima.

ZANDA. Mia moglie, sì!

SCARPONI. Sì. Nel mio libro alla fine troverai una frase che riguarda gli uomini in generale e dice che proprio, anche nel mio piccolo, io non sono un'atleta, sono una viaggiatrice, scrivo per arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima. Non so se conosci a chi mi sono riferita. A Star Trek! Quindi, sempre nei miei libri che ormai scrivo da qualche tempo riproduco sempre questa stessa frase, che è esattamente quello che spinge ognuno ad arrivare ad un ulteriore supplemento di conoscenza della vita.

ZANDA. Va bene, aspetterò il tuo libro e sono veramente curioso di leggerlo.

SCARPONI. Ci puoi fare la foto con la maglietta che così ti divulghiamo?

ZANDA. È il minimo che posso fare. Lo faremo senz'altro dalla spiaggia del poeta e sarà molto bello farla.

SCARPONI. Grazie e ci sentiamo presto. Esci presto dall'ospedale.

ZANDA. Un abbraccio. Ciao!

LE AURORE BOREALI 

LE FANTASTICHE LUCI DEL NORD                                   di Emanuela Scarponi 

L’aurora boreale è il fenomeno naturale più spettacolare e bello dei cieli nordici. Nella mitologia romana classica Aurora è la dea dell'alba, mentre boreale è la traduzione latina di Nord. 

Nell’emisfero Sud si chiama aurora australe, anche se raramente le aurore possono essere avvistate a latitudine molto bassa, perfino dall’equatore. 

Per comprendere le aurore dal punto di vista scientifico dobbiamo far riferimento al sole, all’interno del quale una fusione nucleare continuerà a bruciare per altri miliardi di anni. 

Il sole costantemente espelle milioni di tonnellate di particellecariche di energia che percorrono lo spazio sottoforma di vento solare. Qualche volta, comunque il sole espelle sottoforma di una massiccia eruzione milioni di particelle. Alla velocità di 300/2000 km per secondi, le particelle impiegano da 2 a 4 giorni (viaggiando ad una velocità di 93 milioni di miglia) per raggiungere il pianeta Terra. Le particelle penetrano il campo magnetico della Terra e raggiungono la ionosfera, seguendo le linee dei campi magnetici intorno ai poli. Ad un'altitudine pari a 600/400 miglia le particellecolpiscono il gas presente nella ionosfera assumendo il colore del rosso e trasformandosi in quella che noi conosciamo come aurora boreale. 

Le luci nordiche come suggerisce il nome sono per la maggior parte limitate alle regioni polari e sono molto frequenti nel raggio di 2500 km dal Polo geomagnetico. Questa zona, conosciuta come zona aurorale, si estende nel Nord della Scandinavia, Islanda, Groenlandia fino al Nord del Canada, dell'Alaskae lungo la costa della Siberia. Nell’emisfero Nord il miglior periodo dell’anno per avvistare l’aurora va da settembre a marzo. Comunque in estate non è possibile vederel’aurora a causa delle lunghe ore della luce del giorno.

Il colore delle aurore corrisponde ai differenti tipi di gas nella ionosfera. Gli atomi di ossigeno producono la luce rossa o verde, in relazione alla latitudine che si trova nella ionosfera. Invece la molecola di azoto produce la luce di colore blu o violetto ma il colore più comune è il verde.

Durante una moderata o larga attività dell’aurora che può durare fino a tre ore, la quantità di energia rilasciata è più o meno l’equivalente di una piccola esplosione nucleare. 

Normalmente la durata di un'aurora è di pochi minuti e si ripete per parecchie volte durante la notte. L’attività più intensa delle aurore si ha durante le ore intorno alla mezzanotte e questo accade quando la parte larga dell’ovale aurorale passa sopra l’osservatore. L’inquinamento ed in particolare le luci di città possono drammaticamente ridurne la visibilità. Per questo bisogna osservare i cieli in campagna. 

Attraverso i secoli ci sono state molte testimonianze di persone che narrano di aver udito l’aurora ma fino ad ora i tentativi di registrazione di eventuali suoni sono falliti per cui la maggior parte degli scienziati sono scettici.

Dall’antichità l’aurora boreale ha affascinato l’umanità ed il fenomeno ha caratterizzato in forma notevole la mitologia e il folklore di coloro che vivono alle latitudini nordiche. 

Le luci del Nord sono state descritte e spiegate magicamente dal popolo Inuit del Nord del Canada e della Groenlandia da varie tribù americane, esploratrici del mondo, e sono state menzionate nell’Antico Testamento. 

Grandi uomini come Aristotele, GalileoDescartes, Edmond Halley, Goethe e Benjamin Franklin sono stati affascinati da questo fenomeno notturno del cielo e hanno scritto dei saggi su questo fenomeno. Alcune culture danno il benvenuto a questa luce celeste come augurio di buona fortuna, altri come messaggero di morte imminente. 

Nel folklore scandinavo questa luce viene spiegata come riflesso dei raggi di sole in un immenso branco di aringhe nel Mare del Nord. Per coloro che si trovano nel Mar Nero invece questa luce è sinonimo di grande presagio per una prosperosa pesca. Nella tradizione agricola svedese l’aurora viene descritta come l’aumento della fertilità della terra. La storia narra che le luci del Nord brillano quando vi sarà abbondanza di semi e promette una ricca mietitura.

Nel continente americano gli eschimesi Copper del Nord del Canada pensavano che le aurore fossero gli spiriti responsabili per il tempo buono e per una caccia abbondante; per questo prestavano molto attenzione a non offendere mai le luci celestiali. 

In Cina ed in Giappone le luci del Nord sono state attribuite alla fertilità essendo considerata come predizione per una futura nascita. L’aurora boreale potrebbe essere di aiuto alla donna a partorire. 

Oggigiorno i giapponesi in viaggio di nozze vanno verso il Nord del Canada con la convinzione che i bambini concepiti con la luce del Nord prospereranno e saranno benedetti dalla buona fortuna. 

L’aurora è conosciuta per essere fonte d'ispirazione spirituale. In Russia si narra di un monaco cheuna volta ha udito una voce dal cielo che gli sussurrava di trovare il suo convento. Dalla sua finestra osservò la grande aurora nel cielo del Nord indicando la posizione dove lo avrebbe dovuto costruire. Attraverso i secoli questo monastero ha prodotto grande influenza positiva e grande ricchezza. 

Gli Inuit, popolo dell’artico canadese credevano nel potere curativo delle aurore, e gli sciamani compivano viaggi spirituali attraverso l’aurora per trovare risposte su come curare le persone malate. 

Tuttavia in molte culture l’aurora boreale è stata associata a situazioni minacciose e terribili. Nell’antica mitologia norvegese i raggi dell’aurora erano percepiti come il riflesso degli scudi della Valchiria quando cavalcava per il cielo portando i guerrieri morti in battaglia nel loro eroico luogo di riposo nel Valhalla. 

A volte, quando l’aurora è grande e si estende ad una latitudine più meridionale, diventa di colore rosso scuro. 

Nel passato gli abitanti che sono più a Sud d’Europa associavano questo fenomeno con il sangue e la battaglia, vedendolo come presagio di disastro. Prima dell’inizio della Rivoluzione francese gli abitanti di Scozia ed Inghilterra hanno testimoniato di aver udito il suono di una battaglia e di aver visto immagini di grandi eserciti in lotta tra di loro nel cielo. Il 25 gennaio 1938 sono state registrate eguali drammatiche immagini quando l’Europa stava precipitando nell’altra Guerra mondiale. 

I Lapis nel Nord della Svezia nascondevano le loro donne dai raggi forti dell’aurora. Per tenere lontani le luci e ridurre il male della forza soprannaturale essi cantavano, nascondendosi nelle loro case, o quando erano all'esterno, si coprivano per tenersi lontano dalla luce stessa. 

Come in Giappone così in Alaska il popolo Inuit temeva l’aurora e portava con sé un coltello affilato per sfidare la luce nascondendo il suo bambino per proteggerlo dal suo terribile potere ed invocava protezione, lanciando escrementi ed urine di cani contro l’aurora. 

Il popolo Inuit crede inoltre che gli spiriti tentano di comunicare con i vivi sulla Terra, con il fischio che qualche volta accompagna l’aurora, e a cui dovrebbe corrispondere un sussurro degli uomini. 

La maggior parte degli aborigeni del Nord sono d’accordo che esaltare e cantare all’aurora sia molto pericoloso e farlo servirà solo a provocare gli spiriti giacché questi lo vedranno come una burla. 

Gli spiriti adirati potranno scendere sulla Terra dove potranno accecare, paralizzare, decapitare o anche sequestrare i mortali che hanno osato insultarli, e per farli scomparire è necessario un battito di mani.

Secondo una credenza popolare della tradizione Inuit, le luci nordiche sono le anime dei morti che giocano sorridenti vigorosamente una partita di calcio, usando il teschio di un tricheco come pallone lanciandolo in modo che le sue zanne si infilano sulla terra ferma. Alcune culture credono invece che il tricheto vivo tenti di incornare i giocatori. 

In Islanda invece si pensava che se una donna incinta guardava le luci del Nord il suo bambino sarebbe nato strabico. 

In Groenlandia alcuni Eschimesi pensavano che le luci del Nord fossero lo spirito dei bambini nati morti o assassinati e che l’umore dell'anima di questo spirito si potesse vedere attraverso la formazione ed il movimento dell’aurora. Quando erano felici la luce danzava nel cielo ma quando erano tristi la luce rimaneva fissa; quando offesi, la luce precipitava sulla terra per prevenire la salita delle anime dei nuovi morti. 

Anche nell’età moderna una teoria molto particolare concerne la causa delle aurore: per esempio, le persone che vivono nel Nord America credono che le luci del Nord siano il riflesso del sole sul ghiaccio polare del Nord, malgrado l’oscurità perpetua dei mesi invernali della latitudine artica. Altra ipotesi è che la luce dell’aurora risulta provenire dai massi di ghiaccio galleggiante che si scontrano nel mare polare. 

Guardare il cielo in una notte chiara e fredda e vedere questi giganteschi strati di luci che serpeggiano e si intrecciano, danzando e correndo graziosamente attraverso il cielo nordico, ispira magia. Il poeta norvegese Knut Hamsun nel suo poema descrive il fenomeno dell’aurora come una festa celestiale. Per poter comprendere e apprezzare le luci del Nord dobbiamo prendere in considerazione la fisica delle particelle elementari, la mitologia, folklore e superstizione. 

Attraverso i secoli le aurore hanno affascinato l’uomo con meraviglia e paura. Essi hanno sfidato il lato scientifico ed artistico mentre la conoscenza scientifica del XXI secolo ha dato la precisa e fredda spiegazione di questo spettacolare fenomeno. Non dobbiamo mai cessare di meravigliarci di fronte all'affascinate storia del passato, apprezzare la bellezza naturale, la magia dell’aurora boreale e il mistero che l’esperienza cosmica ci offre. 

 

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Diario di viaggio ed incontro dell'orso polare in Islanda, di Emanuela Scarponi.

Dopo aver attraversato il villaggio di Kirkjubaejarlaustur, proseguiamo lungo la costa meridionale verso il Parco Nazionale di Skaftafell, un’oasi verde fra le lingue di ghiaccio che precipitano dai ghiacciai Oraefajokull e Vatnajokull fino all’oceano, per perdersi nella laguna glaciale di Jokulsarlon dove gli iceberg galleggianti creano un’atmosfera magica e dove appaiono dal nulla orsi polari che, provenienti dalla Groenlandia, naufragano sulle coste islandesi a bordo di "scialuppe" di ghiaccio, a causa del surriscaldamento del Pianeta Terra e dello scioglimento dei ghiacciai eterni.

Sono immagini per me nuove di un paesaggio incantato, lontano dalla nostra vecchia Europa: siamo vicini al Polo Nord ed assistiamo al miracoloso spettacolo del tramonto artico, visibile solo grazie ad un fortunoso cielo splendente, fenomeno assai raro a queste latitudini: cielo e acqua si incontrano in un susseguirsi di gradazioni del colore blu, che sembrano richiamare le infinite sfaccettature dell'animo umano, dal celeste del cielo al blu profondo del Mare Artico, nel quale sono numerose le foche che nuotano e che smuovono acque, altrimenti immobili, e sullo sfondo del quale un orso silenzioso e quieto le attende mimetizzato.

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Il paesaggio è surreale e ricorda l'ambientazione propria delle antiche Saghe Vichinghe.

Comincio a scattare fotografie senza sosta, come un vero esploratore che d'improvviso si perde nell'immensità della bellezza del paesaggio celestiale che ha di fronte, abitato da fate, elfi, gnomi e folletti.

Come in un incantesimo mi sento sospesa tra cielo e acqua, sorretta dai ghiacciai eterni su cui sosto immobile e dai trasparenti iceberg delle forme più variegate, che galleggiano elegantemente sulle acque fredde, scolpiti dai venti forti del Nord e dal calore del sole che penetrandoli, creano meravigliosi giochi di luci ed ombre: su di essi puntello le mie scarpe da trekking per andare un po' più in là....e camminare sulle fredde acque del Mare Artico, timorosa di scivolare e perdermi per sempre nel blu profondo sotto di me. A tratti, in questo paesaggio artico, si intravede il colore marrone intenso della nostra amata terra...

Ma, ad una osservazione più attenta, propria di una antica cacciatrice vichinga, che le mie fattezze chiaramente ricordano secondo Margaret, la mia guida islandese, emerge - immobile come roccia - un enorme animale dalla coltre pelliccia marrone a chiazze più chiare e più scure....è l'orso polare!!!

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Si volta, probabilmente tormentato dal flash della mia macchinetta fotografica, ed il suo muso scuro finisce per rispecchiarsi nelle acque limpide ed immobili del mare sottostante, a distanza ravvicinata dalle foche che nuotano indisturbate, ignare della presenza del loro predatore.

Una lunga ed ampia distesa di ghiacciai eterni sullo sfondo, situata tra antichi vulcani e terre desolate e piatte, ricoperte di lava innevata, fa da cornice a questo paesaggio incantato...siamo al Polo Nord!

Un ultimo scatto prima di lasciare questo paradiso incantato....presto il sole tramonterà dietro l'orizzonte polare e la leggendaria stella Vega si ergerà luminosa per guidare i viaggiatori nella lunga notte artica e forse per ricordarci che non esistono confini nel ricercare la vita e l’amore, nelle molteplici forme e sembianze in cui si manifestano, sul nostro pianeta come su altri.

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Questo accade seguendo il desiderio, innato nell’Uomo, di arrivare là dove nessun altro é mai giunto prima per ricomporre il puzzle del mistero dell’esistenza, di cui conosciamo ancora oggi solo piccoli frammenti..." (estratto da La Namibia e i suoi popoli" ISIAO 2009).

Mentre tutto sembra acquietarsi nella lunga notte artica, ecco d'improvviso l'aurora boreale colorare di verde smeraldo la volta del cielo, effetto dei venti solari che attratti dai poli magnetici terrestri, rendono il paesaggio artico incantato.

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Orsi polari

Del riscaldamento globale sentiamo parlare giornali, studi scientifici, televisione e blog della rete ma la situazione si aggrava sempre di più. Che la colpa sia interamente dell’uomo o soltanto in parte, resta il fatto che diverse specie animali sono state costrette a cambiare habitat, spostandosi in zone più adatte a loro a livello

di clima. Il surriscaldamento sta sciogliendo i ghiacci e riducendo l’Artico ad isole sparse nell’oceano.

La perdita dei ghiacci non significa soltanto aumento del livello marino: molti animali migrano, non trovando più una temperatura adatta, e i predatori di questi finiscono per perdere la loro principale fonte di sopravvivenza. In questo cambiamento, tra l’altro piuttosto rapido, alcune specie animali non fanno neppure in tempo ad adattarsi o non ne hanno la possibilità. E’ il caso dell’orso polare (Ursus maritimus), che più di tutti ha sofferto la rovina del proprio ecosistema.

La Groenlandia dista 280 chilometri dall'Islanda. Quindi, malgrado gli orsi polari non siano nativi di questa terra, occasionalmente ci finiscono navigando per il mare sugli iceberg provenienti dall'Est della Groenlandia.

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Estratto dell'articolo di Ævar Petersen del maggio 2010 Icelandic Institute of Natural History:

Sono circa 500 i riferimenti storici documentati ad avvistamenti di orsi polari in Islanda riportati su giornali ed articoli, pubblicazioni di storia naturale, biografie, annali e manoscritti, ma bisogna tenere presente che molti racconti sono tramandati per tradizione orale.

Avvistamenti, frequenza e distribuzione

Nel marzo 2010 si sono praticamente contati 289 avvistamenti di orsi polari accertati nella storia di Islanda, e 611 i riferimenti generici.

Distribuzione degli avvistamenti degli orsi polari in Islanda. Ogni punto rappresenta una singola osservazione. Il punto al centro dell'Islanda indica il numero di osservazioni che non può essere specificato ulteriormente (13).

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Il più antico riferimento risale all'anno 890 ed è riportato nel "Book of Settlement (Landnámabók), dove si attesta che Ingimundr il Vecchio, che abitava nella Vatnsdalur Valley, incontra un orso femmina coi suoi due cuccioli presso un lago conosciuto oggi come cubs Húnavatn o Cub-Lake. Cattura gli animali vivi e li porta in regalo al re Haraldr di Norvegia. Haraldr premia Ingimundr con una nave Stìgandi, carica di legname.

Sono sporadici i riferimenti precedenti ad avvistamenti di orsi polari, ma sono molte le storie narrate ed i luoghi indicati.

I resti rinvenuti del più vecchio orso polare data circa 13 000 anni fa (Jóhannes Áskelsson 1938), a dimostrazione che gli orsi polari sono arrivati in Islanda molto prima di essere insediata dall'uomo.

Gli annali sono la principale risorsa dei dati storici sulle osservazioni dell'orso polare da cui si evince che mentre sono sporadici gli avvistamenti degli orsi polari nel Medio Evo, diventano più o meno continui dal 18esimo secolo ad oggi, particolarmente dopo l'avvento dei giornali nel 19esimo secolo.

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Þórir Haraldsson di Akureyri e Einar Vilhjálmsson di Seyðisfjörður hanno numerato gli orsi polari arrivati in Islanda.

frequenza degli avvistamenti dell'orso polare dall'insediamento degli essere umani in Islanda nel 9 secolo. le colonne celesti mostrano il numero degli avvistamenti mentre quelle blu indicano il numero degli animali.

Come si può vedere, la frequenza degli arrivi degli orsi polari tocca il suo picco massimo durante la seconda metà del 19esimo secolo. Le fluttuazioni annuali sono considerevoli. Si riportano i dati relativi a segni lasciati da orsi arrivati in Islanda: nel 1274 sono 22; nel 1275 sono 27; nel 1621 sono 25; nel 1745 sono 39; nel 1881 sono 73; nel 1918 sono 30; nessun avvistamento in altri anni. La maggior parte dei riferimenti documentati relativi agli orsi polari risale al 19esimo secolo, ma bisogna tenere a mente che mancano dati relativi ai secoli precedenti.

A questi si aggiunge l'ultimo avvistamento fatto da me il 3 novembre 2013, al tramonto, presso la laguna glaciale di Jokulsarlon, la laguna dal fiume Giallo, che si trova a Sud Est dell'Islanda. Una laguna di profonde acque gelide in cui galleggiano numerosi iceberg dai riflessi azzurri, alcuni dei quali striati da nera

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sabbia lavica e alte grida di gabbiani, sterne e procellarie. Sembra di stare al polo, invece siamo a Jokulsarlon, lungo la Ring Road, una delle lagune che si trovano ai piedi della calotta glaciale islandese, il Vatnajokull.

La banchisa è il fattore che influenza maggiormente l'arrivo degli orsi polari in Islanda e gli avvistamenti degli orsi polari su terra islandese deve essere effettuata tenendo conto della sua distribuzione intorno all'Islanda dai fiordi ad Ovest e lungo la costa a Nord e ad Est fino all'estremo Sudest del Paese. La banchisa si dirige prima verso i fiordi ad Occidente dell'Islanda, poi si disperde verso Est lungo la costa settentrionale dell'Islanda. È sorprendente dunque che la maggior parte degli avvistamenti dell'orso polare non avvenga nei fiordi occidentali ma piuttosto a settentrione del Paese: a Skagafjarðarsýsla District ne sono stati avvistati 20; a Eyjafjarðarsýsla District 17; a S-Þingeyjarsýsla District 26 ed a N-Þingeyjarsýsla District 54.

Sembra che molti di questi orsi arrivino galleggiando sulla banchisa diretta verso Sud dall'isola Jan Mayen verso la costa Nord-Est dell'Islanda.

Racconti o leggende sugli orsi bianchi ?

Sono molte le storie narrate sugli orsi bianchi che arrivano in Islanda. Molti racconti hanno tono folkloristico ed è difficile distinguere tra mito e realtà. Alcune storie sono chiaramente assurde come la storia dell'orso sull'isola di Grímsey che sbattè con così tanta forza la sua zampa sul ghiaccio da far sgorgare una sorgente abbondante

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d'acqua o quella di un orso che inseguì un uomo sul Lágheiði Moor ma non lo attaccò per una lama elfica che aveva con sé. Quando l'uomo la dette via, l'orso lo attaccò e lo uccise.

Una storia simile viene raccontata del villaggio di Kelduhverfi. In 4 o 5 casi sembra che l'orso abbia ucciso delle persone, probabilmente 20.

E' famoso anche il racconto di un orso polare che apparve sulla porta del fabbro Jóhann Bessason's Smithy nell'inverno del 1881.

Previsioni legislative

La legge sulla caccia agli orsi del 1849 - che permette alle persone di cacciare ed uccidere orsi ovunque si trovino è rimasta in vigore fino al 1994, sostituita dalla corrente legislazione che protegge gli orsi polari ad eccezione di casi in cui siano pericolosi per la salvezza degli esseri umani e bestiame su territorio islandese.

La legislazione islandese resta piuttosto vaga sull'argomento sebbene sia chiaro che non si può uccidere un orso polare in acqua, se sta nuotando o galleggiando sulla banchisa.

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Sono più comuni oggi gli orsi polari in Islanda rispetto al passato?

L'uccisione di tre orsi polari tra il 2008 ed il 2010 ha destato l'interesse dei mass-media islandesi e stranieri, divenendo la protezione dell'orso polare ed i possibili effetti dei cambiamenti climatici globali oggetto di dibattito internazionale. D'altra parte gli orsi polari non possono prosperare in Islanda a causa dell'assenza di ghiacciai eterni ed insufficiente rifornimento di cibo. Nel 2008 gli orsi polari sono arrivati in estate piuttosto che in inverno e gli islandesi hanno pensato ad un cambiamento climatico in atto.

Mentre la frequenza degli arrivi degli orsi polari in Islanda nell'arco degli ultimi 50 anni è la medesima, tra il 1901 ed il 1950 fu pari al doppio, mentre tra il 1851ed il 1900 gli orsi arrivavano due o tre volte l'anno ma il numero resta il medesimo negli ultimi tre secoli, una media di 1o 2 animali l'anno.

Dopo gli incidenti avvenuti nel 2008, una Commissione ha fatto delle raccomandazioni da seguire in caso di approdo di orso polare sulla spiaggia islandese. La Commissione è giunta alla conclusione che è meglio uccidere questi animali, basandosi sulle seguenti motivazioni: la salvezza degli esseri umani e del bestiame, la larga popolazione di orsi polari nell'area da cui provengono (NE-Greenland) e l'alto costo del trasporto degli animali nel loro habitat naturale.

Si potrebbe aggiungere un quarto fattore come elemento discriminante: le condizioni di salute degli orsi al loro arrivo. E chiedersi se non sarebbe il caso che le

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autorità locali non assestassero le loro condizioni di salute prima di decidere di abbatterli.

Le associazioni per la conservazione e la protezione della vita animale protendono per riportare gli animali nel loro habitat naturale e l'Islanda potrebbe almeno tentare di aiutare a proteggere queste specie in via di estinzione.

Riferimenti bibliografici (solo in Islanda)

Benedikt Gröndal 1878. Dýrafræði. Reykjavík. I-xiv+168 pp.

Bragi Magnússon 1994. Bjarndýr á Tröllaskaganum (Byggt á útvarpserindi frá 1984). Súlur 21(34): 34-40.

Björn Teitsson 1975. Bjarnfeldir í máldögum. In: Afmælisrit Björns Sigfússonar (pp. 23-46). Ein Kristilig handbog 1555. Tr. Marteinn Einarsson.

Einar Vilhjálmsson 2001. Sjómannadagsblað Austurlands. [Handrit í Héraðsskjalasafni Austfirðinga].

Gunnlaugur Oddsen 1821. Almenn Landaskipunarfræði.

Jóhannes Áskelsson 1938. Um íslenzk dýr og jurtir frá jökultíma. Náttúrufræðingurinn 8(1): 6-7.

Jóhannes Friðlaugsson 1935. Hvítabjarnaveiðar í Þingeyjarsýslum. Eimreiðin 41(4): 388-403.

Jón Thorarensen 1944. Jóhann skytta. In: Rauðskinna V. Reykjavík (pp. 84-91). 128 pp. [Endurbirt í Rauðskinna hin nýrri (1971)].

Jónas Halldórsson 1973. Bjarndýr í Staðarbyggð. Súlur 3(5): 99-101.

Þór Magnússon 1985. Jóhann skytta og bjarndýrsveiðari. Húnvetningur 10: 25-26.

Þórir Haraldsson 1991. Af eyfirskum hvítabjörnum. Norðurslóð 13.12., 15(10): 10-11.

Þorvaldur Thoroddsen 1916-17. Árferði Íslands í þúsund ár. Hið ísl. Fræðafjelag, Kaupmannahöfn. 432 pp.

Ævar Petersen 2010. Hvítabjarnakomur á Íslandi, einkum á Norðurlandi, ásamt almennum upplýsingum. In: Þorsteinn Sæmundsson, Helgi P. Jónsson & Þórdís V. Bragadóttir (eds.). Húnvetnsk náttúra 2010. Málþing um náttúru Húnavatnssýslna á Gauksmýri 10. apríl 2010 (pp. 21- 23). Náttúrustofa Norðurlands vestra NNV-2010-003. 105 pp.

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Ævar Petersen & Þórir Haraldsson 1993. Komur hvítabjarna til Íslands fyrr og síðar. In: Villt íslensk spendýr (pp. 74-78). Hið ísl. Náttúrufræðifélag – Landvernd.

A seguito di questo avvistamento scientifico, ho promosso una conferenza presso il Ministero degli affari esteri, a data da definirsi, che vede il coinvolgimento di esperti del settore scientifico e diplomatico per spiegare appieno i fenomeni naturali cui ho avuto il piacere di assistere in questo meraviglioso Paese, l'Islanda, così vicina geograficamente e teatro di osservazione di fenomeni naturali di grande attenzione di tutti gli scienziati - e per una fortunata come me - luogo di osservazione di orsi polari alla deriva...provenienti direttamente dalla Groenlandia....

Ringrazia per l'iniziativa Greenpeace, l'onorevole Francescato che sarà nostra ospite, gli Amici dell'Islanda, il console onorario d'Islanda a Roma, l'Ambasciatore Ferraris che promuoverà l'iniziativa presso la Farnesina: l'evento conterà sulla partecipazione di esperti di astronomia e fisica quantistica per spiegare l'aurora boreale. Saranno nostri ospiti Ing. Prof. Maurizio Scarponi per la fisica quantistica, ing. Paolo Ammendola per l'astronomia, ing. Antonello Satta, per l'Osservatorio astronomico di Asiago.